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Arte contemporanea e cultura in Sardegna e nel Mediterraneo |
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Scultura
figurativa italiana
![]() di Gianluca Marziani Bocche e denti dei nostri giorni, fatti e fattacci di città in libera detonazione, corpi estremi o quotidiani, persone con la propria biancheria e i mille tic di ogni intima storia. La migliore scultura odierna guarda dentro le folle, tagliuzza l’anima di molti, si muove tra stanze, feticci, follie casalinghe, tra i barlumi istintivi della notte e la ragione ponderata sotto la luce diurna. Insomma, l’arte scultorea prende la vita che ci riguarda. La mastica e digerisce col proprio mestiere, proponendo una tangibilità spiazzante, estrema nella sua realt‡ di materia e volumi. La scultura figurativa, insomma, è davvero viva e contemporanea, cattiva e onesta. Così come avviene da tempo in pittura, crescono gli scultori con caratteri comuni. Artisti autonomi tra loro eppure vicini nel modo di calamitare la vita nei volumi realistici. Pur senza innovazioni Ë mutata la consapevolezza rispetto al linguaggio volumetrico. Si credeva che lo specchio del reale fosse appannaggio di foto e video. La pittura recente ha poi confermato come il quotidiano stia determinando un rinnovato dipingere. Le storie normali, troppo complesse per ridursi a puro formalismo, entrano in un pennello che mette nuova linfa nei temi acquisiti. Daniele Galliano, ad esempio, racconta vita, morte e nessun miracolo di gente dentro la città mutevole. Il suo stile pittorico Ë figlio di Gerhard Richter senza che ciò implichi un limite, anzi. Sono i protagonisti dipinti a determinare l’onestà progettuale. La Scultura Figurativa Contemporanea fa qualcosa di simile e altrettanto complesso: sceglie spezzoni di vita e li isola nelle tre dimensioni. Pesca alcuni pezzi dal veloce fluire di storie o visioni comuni. Prende momenti che attraversano lo sguardo e spesso scivolano nel dimenticatoio. Comportandosi come certa pittura, segnala l’urgenza della selezione dentro il marasma. Una scelta di tasselli spietata, senza margine d’errore, rispettosa del passato ma pronta ad ogni innovazione nei materiali. Perchè tanta radicalità, direte? Un’opera scultorea richiede tempi lunghi e modi faticosi. Si impiegano materie ingombranti per risultati che occupano spazi fisici non indifferenti. Gli scultori possono sbagliare meno degli altri e devono colpire nel segno con pochissimi pezzi. Un occhio socchiuso, un labbro sensuale e un braccio tatuato non capitano lÏ per caso. Quei brandelli vengono verso le nostre storie e devono funzionare come fossero l’unica opera che dice tutto nell’uno. Le sculture ci appartengono con la loro universalità: e per farlo necessitano di una sintesi che racchiuda il massimo (energia di contenuti) nel minimo (un unico pezzo esplosivo). Pieno merito ad una generazione che non si impaurisce e segue le orme profonde di Pablo Picasso, Marcel Duchamp, Claes Oldenburg, Pino Pascali... Alcuni nomi sono qui raccontati: non gli unici ma quelli che ho maggiormente seguito nel mio percorso curatoriale. A voi gli artisti, please... Michele Chiossi utilizza il cibo come complessa metafora della natura vivente. Isola elementi, li elabora con nuovi formati, materiali innovativi e soluzioni raffinate. L’artista gioca con le proprietà della materia e del colore, ricreando un mondo algido dove l’ironia ha lasciato le sue impronte sulle materie commestibili. Chiossi ha un approccio di spiccata figurazione ma lo elabora con attenti slittamenti astratti. Rende le forme naturali dei puri feticci che confondono lo sguardo. Permane, in modi diversi, un continuo mescolamento tra il reale e l’artificiale.
un impatto dirompente e un percorso etico senza compromessi. David Fagioli evidenzia un intelligente rispetto per le scuole greche e romane, per chi insegnÚ le basi del sapere plastico. Il suo mondo usa quel linguaggio ma entra nell’oggi. I protagonisti nascono nel gesso e nei materiali leggeri, nei bassorilievi o nelle teste ieratiche, nel verticalismo degli obelischi e nel puro bianco. Sono però fuori registro rispetto all’accademismo, combaciando con le cose che riguardano tutti noi. I coatti di periferia diventano busti classici, i feticci generazionali stanno negli obelischi o nei bassorilievi. Si smaschera il valore del presente dentro una simbiosi infedele col passato.
Simone Racheli, ovvero, iniziare dalle persone attorno a noi, cambiarne alcuni dettagli per proporcele come non immaginavamo. L’autore costruisce personaggi dalla scala realistica. Ne cura i particolari e poi lascia il segno della sana manualità. Ai suoi “amici” modifica un dettaglio che altera il tutto: l’astronauta in tuta spaziale legge un quotidiano, un amico collezionista spunta dal muro con il pennello da imbianchino, l’ecoterrorista aziendale stringe in mano un detersivo Aiax. Sono persone riconoscibili ma con qualcosa di oscuro, non preventivato. Si mimetizzano negli ambienti per cambiare la percezione culturale della cronaca e del pensiero.
Silvano Tessarollo parte dalla cera industriale. Che è stata, per diversi anni, la pelle di un’umanità particolare. Grandi e piccini, buoni e cattivi, belli e brutti: erano tutti assieme senza risparmiarsi gesti violenti e poco amichevoli. Il mondo di Tessarollo, da sempre, mette la vita dentro goffi pupazzi dalle facce simpatiche. In scena scopriamo situazioni cittadine, domestiche o vacanziere. Ogni volta, in pratica, si parte dal gioco per ribaltare gli stereotipi e le assurdità del reale. FinchÈ oggi, seguendo una tecnologia complessa, la scultura in poliuretano sfida gli iperrealismi e si espande negli ambienti.
Gianluca Marziani Ë critico d’arte. Vive e lavora a Roma |
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